
VUT 2026 L’Odissea
Le vicende di un comune mortale chiamato Stefano, che osa sfidare 83 Chilometri di sadiche salite, crisi improvvise e borse scomparse.
Atto I: L’Ombra del Passato
Ogni eroe leggendario che si rispetti ha una macchia indelebile legata al passato, e il sottoscritto ha la disfatta della sua ultima VUT.
Correva l’anno 2022 quando, al settantacinquesimo chilometro della famigerata Valmalenco Ultra Trail — per gli intimi VUT, il mio corpo martoriato dalle fatiche accumulate, si arrese miseramente. Un ritiro infame, che non mandai giù tanto facilmente. Soprattutto perché nel 2019 quell’impresa l’avevo portata a termine. Era dunque una questione d’onore, un conto aperto tra me e quelle montagne.
Il tempo passava, scandito dai doveri familiari e da una vita quotidiana che poco si sposa con l’idea di correre su e giù per le vette durante il tempo libero. Ma il destino, mi concesse una tregua. Ritrovai tempo prezioso per me e ricominciai a macinare chilometri, a nutrirmi di dislivelli e ad accumulare il famoso fieno in cascina. Mi iscrissi di nuovo. Preparazione spartana, “fai-da-te”, riesumando vecchie tabelle conservate negli anni. Tanta fatica, tantissima salita, e una irrazionale speranza.
Marzo 2026. Gli dèi della corsa mi inviarono il primo avvertimento sotto forma di stiramento muscolare. Le gare preparatorie saltarono una dopo l’altra e il demone del dubbio iniziò a sussurrarmi all’orecchio una scomoda domanda: «Ma dove voglio andare?». Ero ad un passo dalla resa morale, pronto a vendere il pettorale a qualche nuovo eroe più meritevole.
Atto II: La Frana Provvidenziale
A salvare la mia causa, fu un evento naturale: una frana. Gli organizzatori reagirono prontamente: la gara sarebbe passata da 90 a 83 chilometri. Sette chilometri in meno! Ma si sarebbe fatta! La mia mente, calcolò che si trattava di un’occasione imperdibile. Peccato che avessi sorvolato su un piccolo dettaglio non trascurabile: il dislivello rimaneva invariato a 6.100 metri positivi. In pratica, stessa autenticità in stile VUT.
Ma l’illusione bastò a riaccendere la scintilla. Nei due mesi prima della gara divenni una macchina: studiai il percorso, organizzai gel energetici con precisione maniacale e perfezionai l’equipaggiamento. Il 24 luglio, per la resa dei conti, giunsi fiducioso a Chiesa in Valmalenco, pronto alla battaglia.
Ore 22:00: la partenza. Un contorno chiassoso di musica a palla e una folla festante che acclamava centinaia di masochisti pronti a gettarsi nell’oscurità della notte. Il mio piano era semplice: andare piano, risparmiare le forze ed evitare il tragico declino del 2022. Volevo solo tagliare il traguardo. Niente eroismi.
Atto III: Notte, Rocce e il Borsone Scomparso
Il piano studiato da mesi, seppur teoricamente perfetto, durò esattamente quindici chilometri. Lì, nel buio pesto, la prima crisi mentale. Ma passò quasi subito. Era necessario riorganizzare un nuovo piano d’azione. Spezzettai la gara in piccoli traguardi come molti top runner consigliano: non pensavo agli 83 chilometri, ma al prossimo rifugio, alla prossima pietra, al prossimo cancello orario.
Superai la prima vetta, il Sasso Bianco 2500m. Quasi buttai le mie speranze successivamente con una stupida storta nella discesa dopo il Rifugio Bosio e mi arrampicai letteralmente verso il Passo Ventina 2650m. Qui il terreno divenne un inferno di roccia dove ogni passo era un lavoro da equilibristi. Ma quando il passo fu conquistato, la montagna decise di concedermi una tregua: le prime luci dell’alba dipinsero le cime di rosa. Vederla svegliarsi dopo ore di buio fu un’estasi pura. La stanchezza c’era, ma le batterie stavano tornando a ricaricarsi.
Giù in picchiata direzione Rifugio Tartaglione, chilometro quarantacinque, nove ore di viaggio alle spalle. Tremila e più metri di dislivello già nelle gambe. Ad attendermi c’era Marco, giunto in bicicletta come un angelo custode su due ruote. Vedere un volto amico di primo mattino fu come trovare un’oasi nel Sahara. Al ristoro recuperai le forze e conobbi Myriam, un’altra compagna di sventure. Senza bisogno di grandi accordi, i nostri passi si allinearono. Correre da soli ha il suo fascino, ma soffrire in compagnia ha un sapore decisamente migliore.
Specialmente se stai per affrontare altri mille metri di salita per toccare di nuovo il cielo con mano. Rifugio Delgrande Camerini eccomi! 2500m. Colazione in quota dato l’orario e giù di nuovo all’impazzata. E fu così che giunsi alla Base Vita del chilometro 54, pronto a ricaricare carbogel e indossare una maglia asciutta… per scoprire che la mia borsa che li conteneva, era stata spedita per errore a Caspoggio, al traguardo finale.
La notizia mi riempì di gioia. E’ già la che mi aspetta all’arrivo. Gli organizzatori credono in me. Danno per scontato il mio arrivo. Ovviamente è una bugia. Nei primi tre minuti ho invocato gran parte del gruppo whatsapp degli dei dell’olimpo, che sicuramente stanno seguendo interessati le mie gesta in questa odissea. Ma dovetti accettare la mia sorte e farmene una ragione. nello zaino, Mi affidai alla generosità degli amici che racimolarono per me altri gel da ogni angolo e ripartii.
Atto IV: Le Visioni Mistiche e l’Ultimo Inganno
La salita verso l’Alpe Fora e il Rifugio Longoni, 2450m, fu una via crucis sotto un sole che stava iniziando a dire “ci sono anche io”. Le gambe rallentarono, ma il panorama attorno era così stupendo da farmi dimenticare l’ennesima fatica. Chilometro sessantuno, quindici ore di gara sul Garmin. Fu a quel punto che la stanchezza, mi fece fare un ragionamento folle: «E se provassi a chiudere sotto le venti ore?». Un’idea ridicola per uno che otto ore prima voleva solo sopravvivere, ma la pazzia fa parte del trail running.
Direzione Lago Palù. Sempre in compagnia di Myriam. Lì riabbracciai amici e familiari, una carica di adrenalina pura. Bianca mi sventolò in faccia una tovaglietta trovata al Rifugio su cui era stampata una foto di me che correvo proprio durante l’infelice adizione 2022 della VUT. Un gesto che si rivelò geniale: quel fantasma di quattro anni prima era lì, a ricordarmi perché stavo sputando l’anima tra i sentieri per non fare la stessa fine. Non stavolta. Non oggi.
Purtroppo però la dura realtà si palesa sempre crudele. Negli ultimi chilometri di discesa i muscoli delle gambe urlano il loro dissenso contro quello strazio. Niente più gel, quelli che servirebbero sono al sicuro nella tasca del borsone all’arrivo. L’obiettivo delle venti ore sfumò come si poteva immaginare. Ma dopo ottanta km il peggio forse doveva ancora venire. Quando ormai il traguardo era solo questione di minuti, il tracciato volle sottolineare con prepotenza che si trattasse pur sempre di un percorso VUT: un’ulteriore, sadica salita di oltre 300 metri di dislivello. Un regalo degli organizzatori per verificare se avessimo davvero l’onore di meritare il titolo di finisher.
Quella salita fu infinita. Ma fu pur sempre l’ultima prima di raggiungere l’Olimpo.
Atto V: La Gloria
Quando la pendenza finalmente spianò, accadde la magia che solo la mente di un pazzo ultra-runner può spiegare: il dolore fuggì via. La sola percezione del traguardo agì come un anestetico ad alto dosaggio. Ogni dolore sparì magicamente. Il rumore degli applausi e dei complimenti della gente sparsa per il paese arrivò come una spinta inspiegabile e le gambe ricominciarono a correre incontrollate verso la meta. Ottantatré chilometri. Ventun ore e tre minuti. Traguardo raggiunto.
Il conto del 2022 era saldato. Definitivamente. La ferita, rimarginata.
Atto VI: Riflessioni e Ringraziamenti
Una volta in auto, diretto verso casa come Ulisse verso Itaca, da solo e in silenzio, stanco nel fisico, ma forte nell’anima e nei ricordi, approfittai per ripensare a tutto. Nelle ventun ore precedenti avevo vissuto le più disparate emozioni: la paura di non farcela, il terrore dei crampi, l’ira per la borsa perduta e la voglia di arrivare. Eppure, ero lì. A tener duro. La VUT mi ha insegnato che se una strada si interrompe o presenta un ostacolo, non significa che la meta sia perduta; si impara solo ad avere pazienza ed aspettare il momento giusto. Perché una nuova strada o una nuova possibilità sono lì per chi non smette di crederci per davvero. E quando la gente mi chiede perché mi infligga tutto questo, la risposta non può che essere una: per sentirmi vivo. E finalmente contento e soddisfatto giungo a casa per il meritato riposo e l’abbraccio della persona più importante della mia vita.
Ma la montagna, che silenziosa mi ha messo alla prova, mi ha sfidato e ha saputo accettarmi nella sua più autentica forma, già so che quando intonerà ancora il suo magico richiamo, accenderà nuovamente in me un irrazionale desiderio…
Un grazie eterno va ai miei angeli custodi Marco ed Enrico che si sono fatti in quattro per esserci, sempre e comunque, ma soprattutto in questo viaggio. Ai compagni di sventura come Myriam che ha condiviso con me stanchezza, fatica e sudore, ai mitici volontari ai ristori e lungo il percorso che hanno saputo allietare il nostro cammino e a chi ha voluto e potuto organizzare tutto questo nonostante una frana, che sempre distrugge, ma questa volta a sua insaputa, ha anche ispirato a creare un’edizione mitica.

