VUT 2019

Valmalenco UltraDistance Trail

“LA VUT NON LA SI PUÒ SPIEGARE E CAPIRE A PAROLE, PER COGLIERNE TUTTO IL SUO SIGNIFICATO VA VISSUTA E SOFFERTA”

di Stefano Riccardi

Sono le 23:00 di Venerdì e mi ritrovo in mezzo ad altri 176 runners. Dopo un veloce ma doveroso check degli zaini per poter dimostrare agli organizzatori di aver con sé tutto il materiale obbligatorio, ricevo il GPS con il quale staff e tifosi da casa possono seguirmi passo passo lungo il percorso ed entro in griglia di partenza. Mi piace osservare gli altri concorrenti in ogni gara ed immaginarmi le storie di ognuno, in base al loro aspetto, a come sono vestiti o semplicemente a come si comportano in quei pochi minuti prima del via. Penso sempre di esser fuori luogo accanto a tutti gli altri concorrenti e la conferma in parte arriva quando vengono annunciati dallo speaker i top runner che si sfideranno per le prossime ore per la conquista di questa terza edizione. Tra loro spicca in nome di Franco Collè, già vincitore della prima edizione, nonché vincitore per due edizioni del mitico Tor de Geants, che per chi non lo sa si tratta di una corsa di 330km con 24000m di dislivello tra le più imponenti montagne della Val D’Aosta. Un doveroso appunto va segnato per la partecipazione di Mario Panzeri, mitico alpinista che al suo attivo può vantare tutti i 14 8000m del mondo senza l’ausilio di ossigeno.

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Hero 2019

Il sogno di sentirsi eroi per un giorno.

All’età di 32 anni posso serenamente affermare di essere un runner, seppur amatoriale, da oramai qualche annetto. Il fatto di aver portato a termine numerose maratone ed altri tipi di gare podistiche può confermarlo. Sono sempre in cerca però di nuove sfide e un po’ come accadde per la corsa, accettai un giorno l’invito di un amico a partecipare a quella che, solo dal nome, creerebbe in chiunque una certa suggestione.

Una gara di mountain bike. Una gara chiamata HERO.

Non esitai nemmeno un momento ed accettai con entusiasmo. Seppur non avessi minimamente idea di cosa si trattasse.

La BMW HERO Sudtirol Dolomites è una gara che si sviluppa su due percorsi, uno da 86 km e 4500m di dislivello ed una da 60km con 3200m di dislivello. Entrambi i percorsi si snodano sul famoso circuito del Sellaronda, attorno al massiccio montuoso del Gruppo del Sella. Viene catalogata come la gara di mtb più dura al mondo e pur essendo la prima ed unica gara di questo tipo a cui abbia mai partecipato, una volta raggiunto il traguardo ho avuto la netta sensazione di poterlo quasi confermare. 

Tra le cose che più mi preoccupava vi era l’allenamento. Come si prepara un’esperienza simile? Non che fosse una novità per me poggiare le chiappe in sella e pedalare faticando tra boschi, sentieri e strade di montagna, ma un conto è vivere una giornata a caso in sella e godersi la gita, e un conto è seguire una vera e propria specifica preparazione per una gara di mtb.

Hero è anche questo! Marchiarsi di questo aggettivo per me significa non solo tagliare il traguardo di questa gara, ma capirne a pieno il vero significato e rispettarla fin dal principio.

Scelsi ovviamente la distanza più corta, ma non per questo meno impegnativa, e grazie al prezioso supporto del coach Manuel, programmai tutte le settimane e le uscite che mi avrebbero portato pronto ed allenato, all’appuntamento tanto atteso in quel di Selva di Val Gardena.

Uscite faticose, tanto dislivello, qualsiasi condizione meteo e tanti sacrifici a scapito di famiglia e amici.

Non è stato così facile vivere queste settimane, e solo grazie ad una buona dose di resilienza ho potuto raggiungere tale obbiettivo. Spesso e volentieri mi son detto spegni la sveglia e girati dall’altra parte; oppure a chiedermi ma chi me lo fa fare di uscire a prendere pioggia e vento; quante giornate finite in branda già alle 9 di sera per poter arrivare riposato all’allenamento successivo; e non demordere quando durante un’uscita buchi la gomma davanti, in un’altra quella dietro; per non parlare della catena spezzata o del raggio rotto… e la salita durissima da ripetere due volte solo per poter accumulare dislivello?

Credo che essere un Hero alla fine sia anche questo. Concludere la Hero significa portare a termine un percorso iniziato settimane o mesi prima sfidando tutto questo.

Poi arriva il weekend tanto atteso. L’ansia, come scontato che sia, sale incontrollata e i mille dubbi ti assalgono fino ai minuti che precedono la partenza.

Per me è la prima volta, e come me chissà quanti delle migliaia di bikers al mio fianco. Ma in una gara, poco prima del via, la sensazione nel vedere gli altri partecipanti è sempre quella di essere il più debole, l’ultimo arrivato e l’inesperto che forse si trova al momento sbagliato, nel posto sbagliato. Cosa che tra l’altro ho pensato davvero nel notare come l’intera totalità dei partecipanti alla gara, si presentava al via con biciclette magnifiche, biammortizzate, con telai in carbonio di ultima generazione, copertoni rinforzati, per non parlare dell’abbigliamento impeccabile e super tecnico ed esteticamente accattivante. Mentre io mi presentavo con la mia mtb acquistata in saldo 13 anni fa, con il telaio in alluminio quindi più pesante, un cambio buono ma per nulla professional ed oltretutto “registrato” da me stesso e un solo ammortizzatore frontale come a voler dire “nelle discese più tecniche scendo e porto la bici a mano facendomi da parte non vi preoccupate” . 

La partenza è suddivisa in diverse griglie, che a seconda della categoria con cui ci si è iscritti, partono una dopo l’altra intervallate da circa 5/10 minuti. Io inevitabilmente, ma come giusto che sia, parto dall’ultima, ovvero alla 9 circa.

Inutile descrivere le emozioni che anticipano lo start! Un sacco di gente lungo le transenne che portano verso la linea di partenza e come sottofondo gli organizzatori hanno pompato nelle casse a tutto volume il ritmo angosciante di un battito cardiaco. Come se già non bastasse quello che senti provenire dal tuo e l’adrenalina che ha già fatto almeno due volte il giro completo del tuo corpo.

Poi il silenzio. Il conto alla rovescia dello speaker e Via! Partiti! Nelle orecchie ancora sento solo il rumore degli ingranaggi, delle ruote e di tutte le scarpette che scattando sugli agganci dei pedali; tac-tac-tac. Tra i bikers, che poco prima del via chiacchieravano chiassosi, ora regna il silenzio, la strada è già in salita e dopo nemmeno un km eccola sterrata e ripida, la salita che porta al passo Gardena. La famigerata Danterciepes.

Una salita di circa 6 km e 700m di dislivello, che tocca il punto più alto della gara a 2300m circa, con una pendenza media del 15% ma con punte al 22/23%, con un fondo sassoso che di certo non facilita l’avanzare.

Temevo in qualche ingorgo che interrompesse la pedalata e mi costringesse a scendere dalla bici e viste le pendenze sarebbe stato difficile poi riprendere il giusto ritmo, ma per fortuna da subito trovo parecchio spazio e con stupore me la cavo anche meglio del previsto e senza troppa fatica, anche in quei punti dove molti han preferito scendere e spingere a mano la bici.

In 58 minuti raggiungo il passo e onestamente nemmeno troppo affaticato, questo perché informandomi sulle caratteristiche del percorso ho preferito partire “coi freni tirati” per non bruciare sin da subito preziose energie. Si tratta pur sempre di una prova a me sconosciuta, di molte ore e molta salita, quindi ho pensato che quella di “conservarmi” nella prima metà potesse poi dimostrarsi una tattica vincente; non tanto per il cronometro quanto per la tenuta fisica.

Raggiunto il passo vengo rapito dal panorama che mi circonda e non posso di certo lasciarmi scappare l’occasione di immortalare quello spettacolo che sono le Dolomiti. Riparto con uno stimolo in più e mi preparo ad affrontare una divertentissima discesa di 8 km tra curve sia ampie e veloci che strette e improvvise, ponticelli in legno o piccoli dossi che presi alla giusta velocità regalano divertenti saltelli che staccano entrambe le ruote da terra per pochissimi secondi, ma che in sella danno l’impressione di un vero e proprio decollo. All’improvviso una strada bianca ben più larga che scende dritta per dritta verso Corvara. Giù la testa accovacciato sul manubrio e il Garmin che segna 64 km/h!!! Sono euforico! Ho il sorriso stampato in volto e mi sto divertendo come un bambino!

Non è giusto però! 7 km di dura salita che sembrano durare un’eternità e pochissimi minuti per tornare praticamente quasi alla quota di partenza. Ma che iniezione di adrenalina!! La giusta carica per raggiungere il primo ristoro, ricaricare le energie e la borraccia, e di nuovo in sella per una nuova salita. Questa volta molto più lunga, ma meno ripida e più panoramica. Inserisco di nuovo il rapporto più morbido e procedo di buon pedale verso Passo Campolongo, ovvero al primo cancello orario al trentesimo km.

Ho già accumulato parecchia fatica ma nonostante tutto, anche in modo abbastanza sorprendente, mi sento molto bene e procedo senza sosta verso Arabba. Il promemoria allegato al pettorale che mostra ai concorrenti lo sviluppo altimetrico km dopo km, mi ricorda di aver raggiunto uno dei punti più temuti del percorso. Ho potuto vedere qualche video delle edizioni precedenti e so che in questo punto mi aspetta una ripida discesa, caratterizzata da sassi, radici e fango. Poco prima incappo in una comica caduta nel tentativo di superare un concorrente, che stava facendo da tappo e rallentava moltissimo in un tratto che non era così proibitivo come lui dava a credere. Di fatto cerco di emulare due ciclisti davanti a me che sfruttando uno spiazzo più ampio del sentiero hanno incalzato capitan lentezza, e quando è toccato a me, la sua indecisione nell’affrontare un banale passaggio, l’ha fatto inchiodare all’improvviso ed io impreparato, per non finirgli rovinosamente contro, mi sono lasciato cadere su di un lato del sentiero e poter così evitare un danno sicuramente maggiore. Direi prontezza di riflessi, ma chi da dietro mi ha visto ha pensato fossi un imbranato, tanto che al suo passaggio la sua preoccupazione non fu quella di chiedermi se fosse tutto ok, ma di rendermi consapevole che poco più avanti il percorso sarebbe peggiorato! La cosa divertente poi è stata vedere lui e molti altri con le loro bici super tecnologiche e biammortizzate procedere lungo quella discesa a piedi e tenendo goffamente il proprio mezzo nell’intento di non incappare in ruzzoloni, e io che con tranquillità, “giocando” con le levette dei freni e il peso del corpo, pian piano procedevo senza alcun problema. Nessuna polemica nè presunzione per carità, però tante volte forse non serve spendere migliaia di euro per bici che poi alla fine non vengono nemmeno sfruttate a pieno delle capacità tecniche. Polemica chiusa, perdonatemi lo sfogo.

Continuiamo velocemente verso il traguardo. Raggiunto un nuovo ristoro ad Arabba ricarico le energie e procedo verso il Passo Pordoi; meno duro rispetto alla prima ripida salita, ma comunque impegnativo data la lunga e costante pendenza che si sviluppa in circa 10 km. Le abbondanti nevicate, purtroppo o fortunatamente, hanno costretto gli organizzatori a farci procedere sulla strada, abbandonando il sentiero sterrato che originariamente si sarebbe dovuto percorrere.

Incredulo per la mia condizione fisica, raggiungo in men che non si dica il passo, superando tornate dopo tonante numerosi concorrenti, non che mi importasse la classifica finale, ma le gambe giravano bene, spingevano senza fatica e tutto questo ha contribuito a una positiva iniezione di fiducia nel procedere verso l’arrivo, oltre che ovviamente a concedermi una lucidità tale da poter godere appieno del nuovo panorama circostante.

L’arrivo al Pordoi è accolto da un gruppo di spettatori festanti. Dai il più è fatto! Ora un nuovo ripido discesone e poi manca solo un’ultima salita! Va detto che viste la lunghezza e la difficoltà del percorso, e dal fatto che non avevo idea di quante ore avrei passato in sella, mi ero prefissato dei “piccoli” obiettivi intermedi in modo da poter così suddividere la mia gara; in questo caso avevo prefissato ogni grossa salita, e per l’appunto questa che si avvicinava era l’ultima.

Sono al 42esimo km di una gara di mountainbike e non mi torna il fatto di avere la bici ancora pulita.

Ecco dunque un passaggio più che tecnico tra neve, acqua e fango, rigorosamente in discesa e per di più con una certa ripidità. La bici si colora di marrone, io di più e la cosa anziché preoccuparmi, mi rallegra ulteriormente come un bimbo che sguazza nelle pozzanghere! Adesso sì che si che si tratta a tutti gli effetti di una gara di mtb.

Ancora qualche discesa impegnativa in cui si creano numerosi ingorghi che costringono tutti a scendere e procedere a mano, e penso che mi sarebbe piaciuto un sacco vedere i professionisti in questo passaggio.

Ultimo ristoro prima della salita che porta al Passo Sella. Le energie ammetto stanno venendo meno e così mi concedo un gellino e una fetta di torta in più al banchetto del ristoro. Sono passate già 5 abbondanti ore dalla partenza e nonostante abbia seguito alla lettera i consigli del coach, ovvero di mangiare poco e spesso, devo ammettere che il corpo sta lanciando i primi segnali. Ma in una prova di questo tipo si sa, non c’è nulla di facile e inevitabilmente la fatica si fa sentire prima o poi, ma vero anche che con la giusta predisposizione mentale si raggiungono tutti gli obbiettivi. Per cui forza e coraggio! Pedalare! 

Ecco la salita.

Una crudeltà impressionante vista la pendenza, soprattutto perché si trova a pochi km dall’arrivo con già 46km nelle gambe e nella testa…e oserei dire anche nelle natiche! Non c’è storia, l’unica soluzione è spingere a mano per sprecare meno energie possibili. Personalmente preferisco spingere così piuttosto che rimanere in sella e pedalare rapidamente con il rapporto più molle senza poi procedere più di tanto. Noto che avanzo molto più velocemente in questo modo e trovo conferma nel fatto che supero anche chi testardamente, a mio avviso, rimane in sella. Ove lo permette salgo anche io nuovamente sui pedali e dopo l’immancabile sosta foto, guadagno pian piano il tanto desiderato passo Sella.

Si può dire che il più è praticamente fatto, dato che gli ultimi 10 km circa saranno tutti in discesa. Una veloce e divertentissima discesa che attraverso le piste da sci, tra cui la famosa Saslong (che rimane tra le più classiche del circuito di coppa del mondo di sci alpino), non dà tregua a sospensioni e freni della bici che oramai da ore vengono sollecitati duramente senza sosta; per non parlare di polsi e avambracci che oltre a sostenere il peso del corpo, che sulle discese è proteso in avanti, hanno il compito di mantenere saldo il manubrio, indirizzarlo verso il punto in cui mettere le ruote e agire contemporaneamente sulle leve dei freni di modo da regolare la velocità che si vuole mantenere… a tratti mi viene da non frenare per non sentir dolore alle braccia, ma vi assicuro che la bici con quelle pendenze prende subito una velocità pazzesca e il fondo irregolare non è poi così tanto facile da gestire!

Ma stringo i denti. La concentrazione che serve a scegliere le traettorie migliori è sempre più dura da mantenere. Il corpo è lì che lavora duramente per stare in equilibrio e continuare ad avanzare, ma la testa è già al traguardo intenta a festeggiare. Non posso permettermi un calo di tensione proprio ora anche perché il rischio di incappare in una rovinosa caduta è dietro l’angolo.

Sento sempre più alto il volume dello speaker al traguardo che accoglie i nuovi HEROES. Inizio a intravedere tra gli alberi le prime case del centro abitato. Aumentano sempre più i tifosi ai lati del sentiero. La commozione mi assale, la fatica sta per essere ripagata e la consapevolezza di aver portato a casa anche questa emozionante avventura mi riempie di gioia e cancella tutta la fatica accumulata. Rieccomi sull’asfalto, questa volta tra due ali di folla festanti e chiassose che applaudono questi pazzi eroici ciclisti per aver raggiunto molto più di un semplice traguardo. Un mix di adrenalina, felicità e commozione esplode in me nell’esatto momento in cui realizzo di avercela fatta! Gli allenamenti e tutte le fatiche di oggi sono state ripagate nel momento esatto in cui mi viene avvolta la medaglia al collo. 

Oggi sono anche io un HERO!

Questa e molto di più è stata la mia HERO. Purtroppo per poter descrivere nel dettaglio tutto ciò che è stato occorrerebbero molte altre pagine; pagine che conserverò nei miei ricordi per molto altro tempo ancora, ne sono certo; e quasi sicuramente riscriverò raccontando magari delle prossime future edizioni di quella che a molti può sembrare una normale gara in bicicletta; ma le Hero è molto di più. Per comprenderne a pieno il significato e il valore occorre indossare il caschetto, applicare il numero di gara al proprio manubrio e presentarsi al via. Chi per vincere, chi per finirla, chi per sfidare se stesso o qualche amico non conta. Conta ciò che vivi durante la gara, di quando sproni te stesso a tener duro e non mollare, di quando tagli il traguardo. Certo sì è un percorso duro, tecnico e lungo e non mi sento di consigliarlo a chiunque, ma con la giusta determinazione, il giusto spirito e ovviamente un’adeguata preparazione, chiunque può sognare di sentirsi EROE per un giorno!

Per la cronaca tempo finale di 6h26’ – 39mo di categoria e 169mo Overall

Ringrazio Manuel per l’aiuto in fase di preparazione, ma soprattutto Federica e la Ceci (per il tifo, il supporto, e la pazienza di aver avuto a casa un rompiballe che per settimane ha avuto in mente solo una cosa) Stefano Riccardi (15/06/2019

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Per la serie “a volte ritornano”

di Stefano Riccardi

Domeniche come queste non capitavano da molto, anzi troppo tempo.

Penso di poter affermare addirittura da un anno esatto, giorno più giorno meno, e credo di non sbagliare nel ricordarmi che anche in quell’occasione si trattava proprio dell’annuale gara sociale organizzata dal Gruppo Marciatori Desio, se non erro a Pavia.

Quest’anno la verde onda festosa dei Marciatori Desio è arrivata a Crema per partecipare alla 12^ edizione della Maratonina Città di Crema.

E udite udite, tra loro c’è anche il sottoscritto. Ebbene sì, son tornato a disputare una gara podistica ufficiale.

Ordunque

Per molti mesi infatti ho dovuto lottare con un fastidiosissimo strappo al polpaccio che non mi ha dato tregua.

La ripresa è stata lunga e straziante. Come molti sanno, con problemi di tipo muscolare e lunghi periodi di fermo, la ricaduta è dietro l’angolo, e quindi al momento di riprendere a correre è bene andar cauti e variare distanza e passo per gradi. Sono giornate difficili nelle quali anche un’uscita di 20 minuti prende le sembianze del trail più lungo e duro al mondo.

Dopo anni di corse pensi di poter riprendere da dove avevi interrotto, cosa da evitare assolutamente, e invece ecco riapparire quei dolori e quegli affaticamenti da neofita del settore che pensavi di aver scordato, o di non poter più rivivere data la fatica fatta per arrivare a quegli obbiettivi.

Solo che questa volta ogni sensazione strana che lancia il tuo corpo durante la corsa, si trasforma in un campanello d’allarme improvviso. Vivi ogni singolo pizzicore come l’infortunio più grave del mondo. Devi esser bravo a non abbatterti e pensare positivamente, e con intelligenza capire che quel giorno puoi fermarti e riprovare il giorno successivo.

Così, armato di tanta pazienza e una buona dose di tenacia, ho ricominciato ad uscire con più costanza; un km in più ogni volta; un lieve e graduale aumento del ritmo giorno dopo giorno; fino ad arrivare al decimo km di corsa quasi incredulo. So bene che non è nulla di eccitante, ma posso assicurare che per chi riparte da zero è un traguardo magnifico da raggiungere. Ti rivedi nuovamente come un runner e la fiducia in te stesso, che per le prime settimane di ripresa pensi sia svanita per sempre, cresce sempre più. Sai bene che dall’undicesimo in poi saranno nuovi dolori, maggiori fatiche e grossi affanni, ma sai anche che saranno proprio quelli a renderti felice e in pace con te stesso.

Tralasciando, oserei dire anche molto volentieri, il discorso infortunio, in poco tempo ho recuperato una condizione accettabile che mi permettesse di “preparare” l’appuntamento fisso con il Gruppo.

È di nuovo il momento di tornare a respirare aria di gara. Penso sia inutile sottolineare che non sta scrivendo un runner ambizioso di vittorie e premi, ma non vi è clima migliore per un corridore come nel giorno della gara. Non parlo di clima meteorologico, anche se devo ammettere che quello di oggi è perfetto per correre freschi e lucidi per “puntare al tempo”, bensì scrivo di quell’aria che si respira già dal giorno prima; ovvero quando la sera sai che non puoi sgarrare né per cena, né come orario per andare in branda; quella sensazione che ti apre gli occhi ancor prima della sveglia sul comodino. Come mi mancava poi quel momento con me stesso, seppur attorniato da amici e runners da ogni dove, in cui con la massima cura e attenzione applico il pettorale sulla mia maglia. Come mi mancavano anche gli attimi prima del via, in cui appiccicati come sardine i vari runners attendo ansiosi lo sparo dello starter.

Oggi arrivo a Crema con queste sensazioni accavallate l’un con l’altra e, seppur senza alcun tipo di pretesa o ambizione in termini di tempi cronometrici, vi giungo ugualmente in agitazione per ciò che mi aspetta.

Sensazioni che ritornano e non ci mettono poco a rifiondarmi in quel vortice di emozioni che da tempo non provavo.

Pettorale appiccicato alla maglia, scarpe ben allacciare e Garmin pronto a ricevere il segnale GPS, e guadagno in silenzio la zona di partenza. Ok, come citato poco fa quell’orologio oggi servirà solamente a segnare la traccia e nulla più, e non sto nemmeno qui a preoccuparmi di guadagnare più metri possibili verso la linea di partenza per non trovarmi nel traffico del via, ma varcare il “cancello” che porta i runners nella zona a noi dedicata per la partenza mi destabilizza non poco. Ricordo bene quanto “dura” una mezza e so che presto arriverò al punto in cui la fatica proverà a fermarmi, a maggior ragione se nelle ultime settimane non ci si è dedicati proprio al meglio per questo appuntamento, ma oggi vada come vada sarà un successo e una gioia enorme.

Andando a memoria e ipotizzando un’andatura media che possa far al caso mio, cerco da subito i palloncini dei Pacers dell’1:55. Sono poco dietro di me. Mi impongo così l’obbiettivo di voler chiudere sotto le 2 ore, ma giusto per darmi uno stimolo ulteriore poco prima del via.

Si parte. Di nuovo. Ancora una volta in gara, più con me stesso che con altre persone, come in realtà lo è sempre stato per me.

Credo di aver considerato l’idea di starmene tranquillo “in fondo” al gruppo per pochi secondi, ovvero quanto è bastato per ricordarmi di quanto mi dia fastidio ritrovarmi in mezzo alla ressa dei primi 2 o 3 km. Mi porto sulla destra e inevitabilmente guadagno velocità, oltre che posizioni. Saggiamente una volta uscito dal “traffico” iniziale cerco di riportare le mie gambe a giri ben più congeniali alla mia condizione attuale. Peccato solo esser a pochi metri dai Pacers dell’1:45 che golosamente mi attirano a seguirli. So bene di non poter tenere quel passo per tutti quei km, ma l’entusiasmo e le persone accanto a me mi portano addirittura ad aumentare e staccare quei palloncini. Sto bene e mi sto divertendo nonostante ci sia anche una leggera pioggerella. Il percorso mi piace e il tempo scorre veloce.

Arrivo al ristoro del decimo km e simpaticamente mi accorgo di non ricordare più come si beve senza interrompere la corsa; risultato, mi butto acqua in faccia e in gola che per un momento mi costringe a fermarmi un secondo causa annegamento improvviso. Passato il momento tragicomico riprendo la corsa, ma ecco puntuale dopo circa 3km ciò che ero pronto ad affrontare, ovvero il momento di crisi che inevitabilmente sarebbe arrivato. Peccato perché a una 50ina di metri dinnanzi a me ci sono altri palloncini, quelli dell’1:40, ma dopo tanto tempo e onestamente all’andatura che ho tenuto fin qui, mi meraviglio che questo momento non sia arrivato prima.

Pronto a quest’eventualità, che in un’altra gara più “sentita” mi avrebbe scoraggiato a morte, rallento di molto e mi dedico ad un recupero di energie utili per giungere al traguardo. Inevitabilmente mi superano molte persone e attorno al 16mo km mi accorgo di aver rallentato a tal punto da esser ripreso dai Pacers superati in precedenza. Non manca molto e così provo ad accodarmi a loro come fatto in precedenza.

Sono chiassosi e simpatici. Sanno che in questo modo si alza il morale di coloro che li stanno seguendo da parecchi km e che mai come ora, tra fatica e sofferenza, potrebbero avere la tentazione di mollare. Dispensano buoni consigli come accorciare il passo e smollare la tensione fisica semplicemente “sciogliendo” un po’ le braccia e questo mi permette di riguadagnare un ritmo che avevo abbandonato ed anzi, a tornare nuovamente e inspiegabilmente a quello che mi aveva permesso di staccarli al quinto km.

Raggiungo

il centro città abbastanza provato ma so che oramai la fine è prossima. Solo la presenza dei mitici Marciatori lungo le transenne a poche decine di metri dal traguardo mi dà la forza di non mollare e con enorme gioia e sorpresa chiudo la mia mezza maratona in 1:43! Impensabile solo qualche mese fa!

Inutile tentare di raccontare ciò che provo! Credo poter tranquillamente affermare che si tratta della stessa gioia provata per tutte le altre corse, ma moltiplicata per due. E’ stato come una seconda prima volta; è stato come raggiungere un nuovo punto di partenza e non un traguardo! Sono tornato a correre in una gara. SONO TORNATO A CORRERE!


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